mostra

Gio Ponti e la Concattedrale di Taranto 1970∙2020.

Il sogno di una città, il sogno dei suoi cittadini e il sogno di Guglielmo e di Giovanni

Mostra organizzata presso il Museo Diocesano di Taranto dall’Arcidiocesi di Taranto, dalla Soprintendenza Archeologia, Belle Arti e Paesaggio per le Province di Brindisi, Lecce e Taranto e dal Dipartimento di Scienza dell’Ingegneria e dell’Architettura del Politecnico di Bari​, promossa dalla Direzione Generale Creatività Contemporanea del Ministero per i Beni e le Attività Culturali e per il Turismo, d’intesa con la Soprintendenza Archivistica e Bibliografica della Puglia, il CSAC – Centro Studi e Archivio della Comunicazione dell’Università di Parma, Gio Ponti Archives, il Comune di Taranto, l’Istituto di Studi Superiori Musicali “G. Paisiello” di Taranto, l’Associazione Chromophobia e il Do.Co.Mo.Mo Italia.

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il committente e l’architetto

Dal 1891 al 2005. E poi sino al 2020. In oltre 130 anni di storia, durante i quali è attraversata da numerosi eventi, la città di Taranto ha visto susseguirsi sulla scena urbana protagonisti di spicco che hanno contribuito a cambiarne il volto: tra questi, Guglielmo Motolese (1910-2005) e Gio Ponti (1891-1979). Il primo nel 1962 diviene Arcivescovo Metropolita di Taranto e sin da subito esprime il desiderio di costruire una nuova cattedrale. Per progettare questa sua originale visione, nel 1964, conferisce l’incarico a Gio Ponti che accetta l’ardua sfida senza nascondere la propria apprensione per l’impegnativo compito.

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la crescita della città di taranto

Nel 1962 Guglielmo Motolese (1910-2005) diviene Arcivescovo Metropolita di Taranto. Quella che trova Motolese è una città in fermento, la “Terza Taranto”, in una crescita economica e demografica che sembra inarrestabile. Il giovane prelato sin da subito intuisce l’esigenza di una nuova cattedrale, più ampia, accogliente e luminosa dove poter radunare e incontrare i numerosi fedeli, che sentono lontana «l’antica e veneranda Basilica» di San Cataldo. Una nuova casa di Dio, tra le case degli uomini una «casa d’atmosfera intima, pulita, nitida, con i muri bianchi ed i bei pavimenti di ceramica verde: una casa anche luminosa, come uno sguardo puro».

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la corrispondenza di un sogno

Le lettere di Gio Ponti a mons. Guglielmo Motolese abbracciano un arco di tempo che va dal 1964 al 1979. Sono lettere che contemplano le riflessioni di un Artista che aveva preso profondamente a cuore quella che considerava non solo la sua ultima opera, ma quella più impegnativa e gratificante. Sono lettere che contemplano anche il travaglio di un’anima che sente la grave responsabilità di costruire una cattedrale nel cuore della città. Sono lettere che accompagnano il lettore virtualmente nelle varie fasi del progetto che man mano diventa sempre più ardito e che deve fare anche i conti con i vincoli di carattere economico e burocratico. Lettere che fanno chiaramente intendere come Gio Ponti non volesse costruire una cattedrale nel deserto, ma offrire anche idee e spunti per un piano di vivibilità ambientale, urbanistica, sociale, culturale oltre che religiosa.
La corrispondenza dunque ci permette di fare un viaggio nella mente del Maestro e tra i pensieri del suo impegno artistico, umano e religioso, in riferimento a quella che diventerà l’impresa architettonica più importante della sua vita.

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dall’idea originaria al cantiere

Gio Ponti, nel lungo e tormentato percorso creativo, fatto di suggestioni, ripensamenti, intuizioni, momenti di sconforto e di esaltazione, testimoniato dai numerosi elaborati grafici e dalla copiosa e appassionata corrispondenza con mons. Motolese, presenta tre distinti progetti. Il percorso progettuale è arricchito da soluzioni intermedie appena abbozzate, da ipotesi solo accennate e idee semplicemente delineate. Nella mostra sono proposte – attraverso disegni originali, plastici e nuove elaborazioni – le soluzioni progettuali:

“Il Tempio” marzo 1964
redatto subito dopo aver ricevuto l’incarico e chiaramente influenzato delle esperienze delle chiese milanesi di quegli anni;
“La Nave” novembre 1964
dove la camera di luce, una sorta di cupola rettangolare, è fulcro intorno al quale si muove la seconda soluzione progettuale;
“La Vela” maggio 1966
dove la camera di luce è sostituita dalla superfice traforata della vela metallica;
“La Cattedrale” dicembre 1970
cui non corrisponde una stesura progettuale vera e propria ma è il risultato delle varianti resesi necessarie durante la realizzazione dell’opera.

La celebrazione della posa della prima pietra si tiene il 29 giugno 1967. I lavori sono affidati alla ditta EDIL-RE di Pietrasanta. Le riflessioni sulla forma della vela tormentano il Maestro e attanagliano il suo estro creativo. Durante i lavori decide di sostituire la vela metallica, rivista nella forma e nelle proporzioni, con una nuova struttura interamente in cemento armato.

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la concattedrale dicembre 1970

«Taranto ha la sua nuova Cattedrale!»
Con queste parole mons. Guglielmo Motolese esordisce il 6 dicembre 1970, giorno dell’inaugurazione della nuova Cattedrale, che già otto anni prima aveva immaginato quale casa di Dio tra le case dei tarantini.
Gli fa eco Gio Ponti che nel suo discorso dirà a proposito della lunga esperienza: «E se veniamo a parlare di quest’opera, potremo dire che è stata un lungo intimo pensiero sempre più dominante, quasi autonomo, da obbedire, o esaudire».

Il 6 dicembre alle ore 18.00
Inaugurazione del nuovo Tempio con la partecipazione del Coro della Pontificia Cappella Sistina per augusta concessione del S. Padre
Il 7 dicembre 1970 ore 17.00
Consacrazione del nuovo Tempio
Il 8 dicembre 1970 – festa dell’Immacolata patrona di Taranto ore 11.00
Prima Celebrazione nel nuovo Tempio con i rappresentanti del Presbiterio Diocesano

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il design della concattedrale

Gio Ponti prima di ogni altro in Italia inventa e interpreta la figura del designer. Almeno quindici o venti anni prima che tra gli addetti ai lavori questa parola diventasse di uso corrente, Ponti integra la poliedrica personalità di architetto e pittore con quella di designer. Un artista completo in grado di muoversi alle diverse scale di intervento tra classicismo e modernità senza limitare la propria creatività «dal cucchiaio alla città».
Nonostante le ridotte risorse economiche riservate agli arredi, il Maestro non rinuncia a soluzioni innovative e a sperimentare nuovi materiali per la realizzazione degli arredi. Con l’aiuto di mons. Guglielmo Motolese – suo “protettore” e padre conciliare – conferisce a ogni singolo elemento liturgico progettato un definito significato e un preciso messaggio pastorale.

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